Tartufo nero estivo: fra leggende e curiosità

Posted On By Redazione
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Il tartufo nero estivo, anche comunemente detto scorzone, nasconde una storia lunga centinaia di anni, intrisa di aneddoti e leggende e porta con sé delle fattezze che lo rendono facilmente riconoscibile nel mercato di questi preziosi ingredienti. 

Tartufo nero estivo: le caratteristiche

Ha un peridio di colore nero, molto ruvido, con delle verruche di forma piramidale. Presenta una gleba di color nocciola che varia a seconda della maturazione manifestando delle venature più chiare. Il paragone con altre tipologie più pregiate (tartufo bianco o nero) non può che essere azzardato ma questo fungo ipogeo appare ad ogni modo prezioso e riesce a difendersi in modo ottimale sul mercato, anche grazie alla sua delicatezza che lo rende molto versatile e tra i più utilizzati e diffusi nel mondo. 

Come ogni gioiello della natura, il tartufo estivo, nonostante la sua adattabilità alle secche e ai climi caldi, ha la necessità di trovare un terreno adatto per crescere ma soprattutto ha bisogno di determinate piante simbionti: dalla roverella al leccio, passando per la farnia, il rovere, ed anche il nocciolo, sino ad arrivare al carpino e al pioppo sia bianco che nero ed infine al salicone e salice bianco.

Tartufo Nero Estivo

Sono queste le vegetazioni che al meglio riescono a garantire un’elevata proliferazione a questo prezioso fungo. Ma una volta individuate queste piante che vivono in simbiosi con lo scorzone, come fare ad aumentare le possibilità di riuscire a scovare una tale preziosità nascosta? 

Curiosità sulla caccia al tartufo nero  estivo

la raccolta del tartufo nero estivoL’occhio di un esperto fa sì che si possano riconoscere in un battibaleno le zone più prolifiche di tartufo estivo. Soprattutto percorrendo le bruciate o i pianelli, zone dove in primavera la vegetazione inizia rigogliosamente a ricoprire tutta la terra che fino a quel momento, dominata da foglie secche, non lascia trapelare alcun segnale dell’ubicazione di questi preziosi funghi. Ed è proprio nella tardissima primavera, quando si apre la caccia al tuberum aestivum, che si può notare con occhio attento il contrasto tra il verde crescente e alcune zone prive di vegetazione.

Se queste zone sono poste nei dintorni di alberi simbionti allora sì, possiamo dire che le percentuali di trovare questo prezioso fungo ipogeo aumentano

notevolmente. E certamente un’attenzione in più verso quegli anfratti che non presentano una spiccata vegetazione al sotto di alberi simbionti ma dobbiamo necessariamente considerare che alcune tipologie di alberi, per propria natura, tendono a ridurre la vegetazione al di sotto di essi.

Inoltre, solo un tartufaio con patentino e cane da tartufi può estrarre questo meraviglioso e prelibato frutto della terra – per non danneggiare né il frutto né l’ecosistema, oltre che per riconoscerne davvero l’effettiva qualità -, perciò, se pensi di aver trovato dei tartufi, rivolgiti sempre ad un professionista per l’estrazione. 

Leggende e aneddoti sul tartufo nero: odi et amo

Le prime vere leggende sul tartufo risalgono al tempo dei Babilonesi: questo popolo, assieme ai Sumeri, lo considerava un dono divino. Erano infatti soliti cibarsi di una tipologia di tartufo ancora presente in Asia, il Terfezia Leonis. Si vocifera che ne fossero ghiotti anche gli Egizi e che il faraone Cheope ordinasse dei banchetti con solo il tartufo come protagonista…cotto nel grasso di oca. 

All’epoca dei greci ci sono varie leggende che dominano la scena: Pitagora, il famoso matematico, fu il primo a celebrare le proprietà afrodisiached del tartufo, mentre Teofrasto – allievo di Aristotele – classificando i funghi si convinse che il tartufo nascesse dal connubio di piogge autunnali e tuono.

Plutarco, di contro, credeva fosse figlio dell’acqua, del calore e del fulmine. Se per Cicerone, nell’antica Roma, era “figlio della terra”, Nerone lo definì “cibo degli Dei”. Giovenale, per giunta, disse di preferire la mancanza di grano a quella di tartufo in tavola. E, anche lui, diede man forte alla leggenda che lo vedeva figlio di un fulmine scagliato ai piedi di una quercia da Giove in persona. 

La percezione che la gente aveva del fungo ipogeo però cambiò notevolmente nel Medioevo, quando venne etichettato come peccaminoso, cibo del diavolo o delle streghe, poiché la leggenda voleva che si trovasse più facilmente vicino a nidi di serpente o carcasse. 

Fortunatamente il nostro presente è costellato da una profonda conoscenza ed una salda tradizione che ci lega indissolubilmente a questo fungo ipogeo dalle proprietà meravigliose, del quale non si può proprio fare a meno!

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